Bitcoin consuma ad oggi elettricità quanto l’intera Svizzera (e aumenterà in futuro)

Tra le argomentazioni più usate dai detrattori di Bitcoin, c’è sicuramente quella dello “spreco energetico” del network, a causa delle operazioni di mining, che al momento consumano una quantità di energia elettrica che a oggi è pari a quella consumata dall’intera Svizzera.

Cominciamo con un po’ di statistiche

Utilizzando il sito Bitcoin Energy Consumption Index si possono ricavare numerose statistiche relative al consumo (presunto) di energia elettrica per il mining. Da notare che altri esperti hanno calcolato questi consumi, giungendo a stime che si discostano anche parecchio tra loro, quindi si tratta di dati abbastanza approssimativi.

Indice del consumo di energia di Bitcon, da febbraio 2017 a oggi – da Bitcoin Energy Consumption Index

Come si può vedere dal grafico, il consumo elettrico è sempre in crescita e siamo al momento a 63 TW/h. Va sottolineato che si tratta di consumo annuale e che i dati sono stimati. Facendo un rapido confronto, il Large Hadron Collider al CERN di Ginevra consuma annualmente 1,3 TW/h, quindi 48 volte meno dell’intero network Bitcoin.
Proseguendo con altre statistiche, la nazione che attualmente ha un consumo energetico pari (o il più vicino possibile) al network Bitcoin è la Svizzera, mentre la quantità di elettricità consumata potrebbe fornire energia sufficiente a circa 5.800.000 abitazioni negli USA. Va infine sottolineato che, nonostante tutto, il consumo energetico di Bitcoin rispetto a quello totale nel pianeta, rappresenta solo lo 0,28%.
Nell’analisi sulla sostenibilità di Bitcon, Harald Vranken ha stimato che il sistema finanziario tradizionale, usa 650 TW/h annuali, il che è 10 volte quanto usato dal network BTC.

Perchè Bitcoin “spreca” tutta questa energia?

L’utilizzo di energia elettrica, tramite mining, non è un inutile e indiscriminato spreco: si tratta dell’unico (o per lo meno del più affidabile) sistema per mettere in sicurezza le transazioni e scoraggiare fortemente comportamenti disonesti dei partecipanti al network. Per propagare informazioni false, infatti, un nodo “disonesto” dovrebbe consumare una notevole quantità di energia, e una volta “scoperto” non avrebbe più diritto ad alcun incentivo, il che si trasformerebbe in una sostanziosa perdita economica, ottimo disincentivo per chi volesse attuare comportamenti scorretti. Più miner entrano nel mercato, più difficili diventano i “puzzle crittografici” che le macchine dovranno eseguire per estrarre nuova moneta e quindi il consumo elettrico tende ad aumentare costantemente nel tempo.

Il proof of work e il proof of stake

Questo meccanismo si chiama in gergo tecnico proof-of-work (PoW) e consente di mettere in sicurezza il network utilizzando una risorsa esterna tangibile, ovvero l’energia elettrica. I miner, in sostanza, devono compiere un lavoro (in termini computazionali) per poter beneficiare degli incentivi economici previsti per la scoperta di nuovi blocchi. Questo lavoro si traduce inevitabilmente in un consumo di energia elettrica e quindi in un costo economico reale. Esistono anche altri metodi per mettere in sicurezza i dati, come il proof-of-stake (PoS) che si basa invece sulla “prova di possedere una posta in gioco”, ovvero sul possesso di determinate quantità della criptomoneta stessa. La selezione dei nodi che dovranno validare i blocchi avverrà, in questo caso, tramite una graduatoria di coloro che posseggono maggiori quantità di quella coin, scelti in base a criteri randomici o di anzianità, etc. La minor sicurezza di questo sistema è attribuibile al fatto che il bene messo a garanzia del network non è esterno (come l’elettricità) ma è interno, ovvero il possesso di determinate quantità della coin stessa. Nel PoS, inoltre, i nodi che validano le transazioni sono gli stessi che posseggono quella crypto, a differenza di quanto avviene nel PoW, in cui non necessariamente i miner detengono quantità di quella moneta. Esistono poi, sistemi ibridi, che utilizzano in parte il PoW e in parte il PoS.Il PoW, invece, sebbene economicamente più dispendioso, garantisce una maggiore decentralizzazione e sicurezza, ed è quello previsto per il mining di bitcoin nel white paper di Satoshi Nakamoto.

Il problema è nella fonte di energia utilizzata

Attualmente la maggioranza delle operazioni di mining di bitcoin avvengono in Cina, dove però è molto usato il carbone, come fonte di produzione energetica. Il problema dell’impatto ambientale e dell’utilizzo di fonti energetiche “pulite” è sicuramente importante, ma non dipende da Bitcoin come network o tecnologia, bensì dalle politiche dei singoli miner e dei singoli governi. Molte centrali, d’altro canto, utilizzano l’energia in eccesso per il mining, evitando che vada sprecata.

Green mining, una possibile soluzione per il futuro

Il mining “verde” per le crypto è già stato abbracciato da alcune aziende, ma anche in questo settore assisteremo ad una evoluzione interessante, visto che l’attenzione all’ambiente e all’impronta ecologica sono argomenti che sono sempre più importanti, agli occhi del pubblico e degli investitori.
Tra le aziende che si dedicano a questo tipo di mining va citata Envion che si occupa di mining rig portatili e basati sull’energia solare, e che sta stringendo accordi anche con Enel SpA per l’acquisto di energie rinnovabili. Anche Hydrominer, localizzata nelle Alpi austriache, si occupa di fare mining utilizzando energia idroelettrica e sta pianificando di espandersi in Europa tramite partnership con altre centrali idroelettriche.


Cosa pensi del consumo energetico di Bitcoin? Credi che il green mining possa diffondersi maggiormente in futuro?

Sviluppatore software professionale dal 2006, appassionato di crypto dal 2013, attualmente impegnato, tra le altre cose, nello sviluppo di coinrush.it

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Pubblicato il 27-04-2018

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